Ineccepibile
Il paradosso rosso è il seguente: com’è che in Italia c’è il governo più a sinistra d’Europa e la sinistra lo soffre così tanto da aver voglia di disfarsene? In Italia c’è il governo più a sinistra d’Europa non solo perché siamo l’unico paese del continente in cui due partiti comunisti sono nella stanza dei bottoni.
Lo è anche per le politiche che fa il governo. Tra decreto per spendere il tesoretto, Finanziaria e protocollo del welfare, Dini calcola che si siano impegnati in vario modo ventisette miliardi di euro per la spesa sociale. Anche se fossero la metà, non c’è governo in Europa che stia allargando in egual modo i cordoni della borsa, meno che mai un governo che ha sul groppone il terzo debito del mondo e che è nato con il peso di una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Dalla manovra si esce con un bonus, seppur modesto, per gli incapienti (cioè i poveri così poveri che non pagano tasse); con l’aumento delle pensioni più basse, tutt’altro che modesto, visto che si tratta di 423 euro in media, pari al 2,65 per cento del reddito; con l’abolizione dello scalone pensionistico, a vantaggio di una enclave di operai del nord; con un taglio dell’Ici che ridurrà anche l’imposta per i ceti medi ma la annulla a quelli bassi, e con uno sgravio Irpef agli affittuari a basso reddito; con l’aumento, seppur modesto, dell’indennità di disoccupazione; con una serie di misure per favorire l’accantonamento previdenziale dei giovani lavoratori precari.
Non sarà la rivoluzione d’ottobre, però se fossi Giordano avrei commissionato un manifesto con sopra il faccione di Padoa-Schioppa e sotto la seguente scritta: “Abbiamo costretto il custode dell’ortodossia monetarista di Bruxelles ad aprire il portafogli”. E ci è costato un rallentamento del processo di risanamento finanziario, esattamente ciò che Rifondazione e la sinistra radicale chiedevano fin dal primo giorno del governo, quando proposero di diluire in due anni la manovra di rientro dei conti pubblici. Bertinotti potrebbe pavoneggiarsi ai meeting internazionali della Sinistra europea, con l’aria di chi ha finalmente trovato la quadratura del cerchio: come contestare il capitale mettendosene in tasca un po’.
E invece. Rifondazione è scossa, la base traumatizzata, Sansonetti scatenato, Diliberto minaccioso, e addirittura la Cosa rossa teme di esser scavalcata da una cosa ultrarossa. E tutto perché i dirigenti di quei partiti non hanno saputo in questi due anni fare il lavoro che spetta ai dirigenti di un partito: la pedagogia della base.
Se uno parte con un manifesto che annuncia che farà piangere i ricchi, è ovvio che neanche un sorrisino dei poveri gli può bastare. Anzi, gli appare come un tradimento: perché se il fine è superare il capitalismo, ricevere qualcosa in cambio della sua insuperabilità è come vendersi per un piatto di lenticchie. Nelle condizioni date, la sinistra radicale ha avuto la luna, e altra ancora ne avrà se continuerà a contare molto per la stabilità del governo Prodi; ma se presume di poter cambiare le condizioni date, cosa che neanche i comunisti cinesi pensano sia più possibile, allora mai niente le potrà bastare.
Il cul di sacco politico in cui si è cacciata la sinistra radicale, che non può fare la crisi di governo mentre Dini la può fare, discende direttamente dal paradosso di cui sopra. E infatti così l’ha esplicitamente giustificato Giordano. La sinistra non può far cadere Prodi perché sennò torna lo scalone e cadono tutte quelle belle cose di cui sopra. Non può farlo cadere perché sennò nega a milioni di lavoratori i miglioramenti cui hanno detto sì nel referendum, e scippa al sindacato ciò che con nessun altro governo potrebbe neanche aver sognato di avere. Sarebbe come chiedere tutto per ottenere meno. Se Dini, invece, avesse fatto cadere il governo, se ne sarebbe perfettamente compresa la logica sociale: salvare lo scalone e risparmiare un bel po’ di spesa pubblica. Ma se stai nel governo più a sinistra d’Europa e ti lamenti come se al governo ci fosse la Thatcher, vuol dire che non puoi stare al governo in un paese occidentale.
Tutto qui. E infatti Rifondazione non ci vuole più stare. O meglio, vorrebbe non starci ma senza riconsegnare il paese alle destre, trauma che ha già vissuto una volta e che non può permettersi una seconda. Per questo
spera nel modello tedesco: un bel proporzionale nel quale può prosperare all’opposizione mentre un centrosinistra più Casini più Montezemolo si occupa di governare.
Visto come sono andate le cose, penso che Rifondazione abbia ragione e che bisognerà darle quello che chiede.
Antonio Polito – Il Foglio
Donato
E’ bello proclamare i nuovi partiti pubblicamente dai palchi o arrampicati agli sportelli delle auto blu, ma così come pubblicamente si è chiesto ai cittadini chi dovesse essere il leader di un nuovo partito o il nome della nuova forza di libertà l’inciucio-incontro invece si è svolto privatamente…e chissà cosa si saranno detti stavolta….
che non sia mai che gli avranno promesso ancora una volta che non gli saranno toccate le televisioni?
che non sia mai che ci troviamo davanti un’altro mastella?
Io non riesco ancora a vedere questa svolta, la nuova politica? E’ solo il secondo tempo della prima repubblica! Dopo Forleo a chi toccherà? A De Magistris? A me questa italietta mi da il voltastomaco….
Raffaele
e se magari si è parlato di legge elettorale? Mi pare che finalmente forse si arriverà ad una decisione condivisa, ti pare poco?
Donato
Si parla di legge elettorale perchè chi vuol far fuori questo governo, oltre alla CdL, è anche il PD che è ansioso di presentarsi con il nuovo simbolo…invece di parlare con l’avversario si parlino più tra loro e comincino ad applicare il programma