SE NON ORA QUANDO?

di Stefano Fassina

Torniamo alla realtà. Lavoro che manca ed imprese in sofferenza. Viaggio di sola andata dalla precarietà alla disoccupazione per troppi giovani. Esodo di braccia abili e cervelli freschi dal Mezzogiorno. Metà delle donne, soprattutto madri, fuori dal mercato del lavoro. Una quarta settimana sempre più lunga e sempre più vuota per milioni di famiglie. Redditi e ricchezze immense in sempre meno mani, sempre più potenti nella finanza, nell’economia, nei media, nella politica. Furti di futuro per i figli del popolo, in una scuola pubblica umiliata dal Ministro Gelmini, braccio operativo del mitico Tremonti. E poi, smarrimento dell’Europa, guidata da una destra miope, lontana dai padri fondatori, prigioniera di una “cultura della stabilità” ottusa ed autolesionista in quanto priva di una strategia per la crescita ed il lavoro. Quindi, regressione del lavoro in nome della modernità, più lavoro, meno diritti, la linea del Ministro Sacconi nell’epoca Dopo Cristo. Fabbrica Italia non partirà se non ci sarà l’impegno formale delle organizzazioni sindacali ad assumersi precise responsabilità del progetto: Ma quale progetto, quali responsabilità dott Marchionne?

Il più grande ostacolo per l’uscita dalla crisi è di ordine culturale: siamo da quattro anni nel tunnel, sempre più nubi si vedono all’orizzonte, ma il pensiero diffuso non si è svegliato dal “sonno dogmatico”. Dobbiamo guardare alla logica di funzionamento del sistema, indicano Böckenförde e Bazoli in “Chiesa e capitalismo”. Invece, per inerzia intellettuale e corporativismo cieco, si continuano a riproporre le ricette fallite della crescita bugiarda. È necessaria una svolta culturale, prima che politica, per rimettere a posto un ordine economico e sociale insostenibile, per rianimare la voglia di futuro. “La radicalità non è in noi, ma nella realtà di fronte a noi”. Ha ragione Alfredo Reichlin.

Allora, incominciamo ad affrontare la causa di fondo dell’afasia dei riformisti: lo scarto tra la forza dell’economia globale e la triste anemia della politica locale. Proviamo a costruire un’offensiva per riportare la politica a dimensione dell’economia. Al di là dei tecnicismi, ecco il senso della proposta di tassa sulle transazioni finanziarie, una piccola tassa sulla compravendita di derivati ed altri prodotti scambiati a fini meramente speculativi. Certo, c’è bisogno di coordinamento internazionale. Ma, l’Unione Europea può far da apripista per mettere al centro del G20 di Seul a Novembre una tassa sulle transazioni finanziarie dello 0,05%. Si rallentano le speculazioni di brevissimo periodo e si raccolgono risorse per gli investimenti produttivi. Il Global Progressive Forum, partecipato da tutti i partiti democratici e socialisti del mondo, da oltre un anno è impegnato, insieme a mille sindacati, associazioni e movimenti, in Italia zerozerocinque.it, a portare avanti l’iniziativa. Secondo i calcoli della Foundation for European Progressive Studies, nel 2011, con l’ aliquota dello 0,05%, si possono raccogliere nella UE quasi 200 miliardi di euro, l’1,5 del Pil. In Italia, si può arrivare a quasi 4 miliardi, l’equivalente di un anno di tagli alla scuola pubblica.

Alziamo lo sguardo. Se non ora, quando?

Duri sacrifici per scelte sbagliate Tremonti

Roma, 16 mag. (Apcom) – “L’inasprimento della manovra di finanza pubblica annunciato dal governo non serve a migliorare gli obiettivi di indebitamento prefissati a settembre per rispondere alla pressione dei mercati finanziari e dell’Ue”. Lo dichiara in una nota Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria del Pd. “L’inasprimento – prosegue – non serve neanche a tener conto di una congiuntura peggiore del previsto, dato che le previsioni di Pil per il 2010 e i prossimi anni sono sostanzialmente in linea con le previsioni sottostanti all’ultima legge Finanziaria”.

“Gli obiettivi – sottolinea Fassina – rimangono gli stessi fissati in passato, ma l’inasprimento della manovra di oltre 7 miliardi di euro è necessario poiché non sono state rispettate le previsioni di spesa per acquisti di beni e servizi e di gettito tributario. L’inasprimento diventa necessario, nonostante un sostanzioso risparmio di spesa per interessi (5 miliardi all’anno) e nonostante il taglio della spesa in conto capitale (oltre 2 miliardi di euro). Gli errori e le scelte politiche sbagliate vengono scaricati dal ministro Tremonti sulle spalle dei soliti noti”.

La ricetta contro la precarietà: piu’ garanzie per chi lavora

Ma davvero per combattere la precarietà del lavoro in Italia è sufficiente rimuovere dallo Statuto dei Lavoratori l’art. 18, per la parte relativa al licenziamento di natura economica ed organizzativa, ed eliminare per via legislativa le forme contrattuali “atipiche” applicate ai rapporti di lavoro economicamente dipendenti? Purtroppo, non è così. Se il problema fosse l’art. 18, non si spiegherebbe perché, secondo le analisi disponibili (Isfol, 2009), i lavoratori atipici sono il 18,8% nelle imprese con meno di 9 dipendenti, per le quali non vige la protezione prevista nell’art.18, mentre diminuiscono all’aumentare della dimensione dell’impresa (fino al 10,6% per le unità di 250 dipendenti ed oltre).

La ragione fondamentale della precarietà del mercato del lavoro italiano è un’altra: i contratti precari costano al datore di lavoro, in termini di contribuzione sociale, la metà dei contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato. In un Paese abituato a competere drogato dalle svalutazioni della Lira, l’avvento dell’euro, i ritardi nelle riforme strutturali e nella politica industriale e gli scarsi investimenti in R&S da parte delle imprese sono stati in parte compensati dall’abbattimento del costo del lavoro mediante i contratti precari e la stagnazione delle retribuzioni dei lavoratori a tempo indeterminato. Una linea insostenibile, ma tenacemente portata avanti dal Ministro Sacconi sia nelle iniziative legislative (da ultimo nel “collegato lavoro” rinviato dal Presidente Napolitano alle Camere), sia nella cosiddetta “riforma” del modello contrattuale.

Per combattere la precarietà senza mitologie giuslavoristiche è necessaria innanzitutto una strategia per tornare a crescere: riforme strutturali, investimenti in R&S, infrastrutture, politica industriale per aggredire i nodi che, come ha ricordato Confindustria a Parma, legano da 15 anni la produttività. Oggi, è indispensabile anche una politica macro-economica espansiva soprattutto a livello europeo per far ripartire la domanda aggregata: un Piano Europeo per il Lavoro finanziato con eurobonds ed una governance economica comune nell’euro area. Infine, c’è il mercato del lavoro. Possiamo arrivare ad un efficace intervento contro la precarietà per una via alternativa a quella prospettata dai sen Ichino e Nerozzi, tra l’altro avversata dalle imprese prima che da tutte le forze sindacali. La via alternativa è la seguente: 1) eliminare le tipologie contrattuali diverse dal contratto di lavoro dipendente a tempo determinato (co.co.co, contratto a progetto, staff leasing, contratti a chiamata, ecc) per tutte le forme di lavoro economicamente dipendente con retribuzione o compenso inferiori a 30.000 euro all’anno; 2) re-introdurre i limiti stringenti alla durata complessiva (massimo 3 anni) e agli ambiti di applicazione dei contratti a tempo determinato; 3) realizzare una graduale convergenza, da un lato, dei diritti sociali per tutte le tipologie contrattuali e, dall’altro, degli oneri sociali sul lavoro intorno ad un livello intermedio (ad es 30%). In particolare, universalizzazione dell’indennità di disoccupazione (anche per il lavoro autonomo e professionale) e riforma delle CIG e dell’indennità di mobilità; 4) introdurre un salario minimo per i lavoratori esclusi dai contratti collettivi nazionali di lavoro; 5) maggiorare gli oneri sociali sui contratti a tempo determinato e sui contratti precari residui per compensare i più elevati rischi di utilizzo dell’indennità di disoccupazione.

Gli interventi proposti consentono il sostanziale superamento del dualismo del nostro mercato del lavoro all’insegna di una realistica flex-security. Per combattere la precarietà, non vi sono scorciatoie. Le soluzioni semplici sembrano più facili, ma sono illusorie.

www.stefanofassina.it