IL PERICOLO LEGA E LE OCCASIONI SPRECATE DAL PD

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«Noi dobbiamo bandire dalle nostre file ogni ideologia fiacca e sterile. Tutti i punti di vista che sopravvalutano la forza del nemico e sottovalutano la forza del popolo sono errati» (Citazioni dalle opere del presidente Mao Tse Tung)

Ettore Boffano – Repubblica

L´ultima puntata di “Annozero” ha dimostrato che è possibile, avendo capacità comunicative e intelligenza, non solo ribattere alle tesi di Roberto Cota, ma addirittura mettere alle corde l´essenza stessa delle posizioni del Carroccio e della sua presunta “rappresentatività” del sentire più profondo e istintivo del Nord.

Singolarmente, in quell´occasione, il compito di contrastare il capogruppo della Lega alla Camera non è toccato a un esponente politico del centrosinistra, ma a un giornalista: Gad Lerner. Un Lerner che, senza mai rinunciare durante l´intera puntata della trasmissione di Michele Santoro a fare (e bene) soprattutto il suo mestiere (quello appunto del giornalista), ha saputo far emergere tutte le contraddizioni e le negatività del Cota-pensiero.

La qualifica professionale di Lerner, però, non impedisce di pensare che questa missione di smascheramento dell´evidente pericolo per il Piemonte di una deriva leghista, con il voto delle prossime regionali, possa e debba essere la vera questione dell´imminente campagna elettorale del centrosinistra piemontese. E perché, se una simile impresa è riuscita a un giornalista, non può essere un politico ad assumersi questo compito?

La questione leghista, le posizioni del partito di Bossi soprattutto sui problemi dell´immigrazione e della sicurezza (che ogni giorno inducono alla protesta e alla contestazione persino la chiesa di Ratzinger) costituiscono infatti per Mercedes Bresso e per il centrosinistra piemontese la vera chiave di volta della sfida regionale. Su questo tema (unito alla prossima e inevitabile caratterizzazione nazionale del voto: un referendum pro o contro Berlusconi) si giocheranno nelle prossime settimane le condizioni perché il presidente uscente del Piemonte possa non solo recuperare il distacco che divide il suo schieramento da quello avversario (i sondaggi parlano quasi tutti di un vantaggio del centrodestra tra i 5 e i 6 punti di percentuale), ma addirittura recuperare una parte del proprio consenso personale in quegli ambienti del mondo cattolico e della moderazione sociale che (nella stessa Torino) hanno visto con sfavore il modo con il quale il Pd si è adagiato sulla sua ricandidatura.

Ciò che il leghismo rappresenta, in campo sociale e di organizzazione della società (ma anche in termini di subordinazione del Piemonte, in caso di vittoria di Cota, al modello e alle egemonie della Lombardia) può diventare il volano di un orgoglio regionale (la piemontesità intesa come pacatezza e rigore contrapposti al “bauscismo” di Bossi e dei suoi) e di una chiamata alle armi dell´identità della sinistra subalpina capaci di incidere sui rapporti di forza della prossima contesa elettorale.

Ed è in questa chiave che si deve considerare come un´occasione sprecata, quando ormai il no di Sergio Chiamparino appare irrevocabile, la proposta di far guidare le liste del Pd in Piemonte dal sindaco di Torino e da altri autorevoli esponenti delle amministrazioni locali piemontesi. Escogitata con altri scopi (alcuni dei quali mai dichiarati perché indichiarabili) da alcuni dilettanti della politica, gestita con molta approssimazione dal segretario regionale Pd Gianfranco Morgando e fatta trapelare con troppa superficialità sia da chi la condivideva che da chi la avversava, essa invece avrebbe potuto diventare il simbolo di una battaglia contro il leghismo e contro la subordinazione del Pdl subalpino alla rendita di posizione del partito di Bossi. A patto che la proposta fosse subito presentata per il suo indubbio valore politico (la difesa della diversità piemontese rispetto all´onda lunga della Lega Nord e la presa d´atto di ciò che personaggi come Chiamparino rappresentano per il centrosinistra locale e italiano) e dall´immediata precisazione che le candidature dei primi cittadini e dei presidenti di Provincia restava legata solo a una disponibilità di “servizio”, senza alcuna conseguenza per la stabilità delle amministrazioni coinvolte.

Così non è stato, mentre lo slogan di «Chiamparino capolista» veniva affossato dalla sensazione che esso volesse solo coprire un espediente elettorale e dalle argomentazioni un po´ provinciali e un po´ gianduiesche dei commentatori pronti a ripetere il solito ritornello del «sindaco che non può tradire il mandato dei cittadini». A questo punto e in quelle condizioni, bene ha fatto il sindaco di Torino a rifiutare la proposta. Resta aperta invece la questione della battaglia contro il pericolo leghista e rimane in piedi la possibilità che il confronto di questi giorni abbia indicato, soprattutto al Pd, la necessità di un´unità di intenti determinante in vista della campagna elettorale.

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