Lettera di Stefano Fassina al Foglio

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Caro Sofri, ecco qual è la vera sfida che il Pd propone al dottor Marchionne

Per evitare al Pd una difficile discussione su Fabbrica Italia, è stata tempestiva, come ironicamente osservato ieri da Adriano Sofri su questo giornale, la data del 13 gennaio per la riunione della direzione nazionale? In realtà, no, perché i lavoratori e le lavoratrici delle Carrozzerie Mirafiori incominciano a votare alle 22 dello stesso giorno, quindi il Pd potrebbe deliberare in tempo utile la sua posizione ufficiale sul referendum. Ma mi chiedo: è davvero questo il punto? E’ compito di un partito indicare a un uomo o a una donna di scegliere tra un lavoro regredito e la disoccupazione prospettata dalla Fiat in caso di bocciatura dell’accordo” firmato prima di Natale? O, piuttosto, a Mirafiori come a Pomigliano, lavoratrici e lavoratori si aspettano che un partito riformista si dedichi a costruire le condizioni per evitare una scelta obbligata? E, prima ancora, dato l’ambizioso cimento, non si aspettano di ascoltare parole di verità sul contesto dentro al quale si muovono le loro vite? Caro Sofri, per dire la verità e individuare la strada da seguire, svolgere la direzione del Pd prima o dopo il 13 non fa differenza. La verità è che a Pomigliano e a Mirafiori non vi è stata e non vi è scelta: siamo di fronte a un atto unilaterale di Fiat, dove è evidente la regressione del lavoro, ma è assente la minima contropartita nell’apertura della governance dell’impresa, anzi si torna alle rappresentanze dei lavoratori e delle lavoratrici nominate dai vertici sindacali. L’agra verità, caro Sofri, è che il referendum è la scelta obbligata perché i rapporti di forza tra capitale e lavoro sono squilibrati come mai nell’ultimo secolo: il capitale finanziario fa shopping nel mercato globale del lavoro, mentre le forze politiche e sindacali, riformiste o radicali, sono prigioniere nelle gabbie nazionali. La verità è che abbiamo fatto finta, sia chi ha firmato sia chi si è tirato fuori, sia chi tra le forze politiche si è schierato con gli uni sia chi è in supporto degli altri, di essere ancora nel ‘900, quando il lavoro negoziava con il capitale sul comune terreno nazionale e lo sciopero era un’arma efficace. Dobbiamo essere realisti per non smarrire il nostro orizzonte di trasformazione della realtà nel segno della dignità del lavoro. Dobbiamo respingere le interpretazioni strumentali e le letture culturalmente subalterne dei nostri “pupi” del teatro del cambiamento senza bussola. Non è vero che siamo di fronte a “un accordo giusto e necessario”, come non è vero che l’interesse del lavoro coincide con l’interesse del capitale: nel 2011, anno con mesi e mesi di cassa integrazione in vista, soltanto il dottor Marchionne attende oltre 100 milioni di euro di capital gain sulle sue stock option Fiat, più del totale dei salari e degli stipendi pagati dalle Carrozzerie Mirafiori in un anno di lavoro pieno. Non è vero che la competitività di un’impresa dipende in misura prevalente o finanche significativa dalle condizioni del lavoro o dalla contrattazione di secondo livello come i giuslavoristi alla moda ripetono. La competitività deriva dagli investimenti: Volkswagen paga il lavoro il 30 per cento in più di Fiat in Italia, produce con orari ordinari inferiori, contratta lo straordinario con il sindacato ma, nonostante la crisi, conquista quote di mercato. In conclusione, caro Sofri, la data della direzione non cambia il compito del Pd: dobbiamo dire la verità e invitare tutti i protagonisti a riconoscere i risultati del voto di Mirafiori, impegnarsi a ristabilire le condizioni di piena agibilità sindacale in Fiat e, così, alimentare una controffensiva per riportare il lavoro a fondamento dell’ordine democratico, in Italia e in Europa.

Stefano Fassina,

responsabile economico del Partito democratico

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