Ragionare sul sistema carcerario senza demagogie

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Negli ultimi mesi del mio mandato da collaboratore in Consiglio Regionale ho voluto, assieme al Consigliere con cui lavoro, conoscere da vicino il sistema carcerario della nostra Regione per comprendere le condizioni di vita dei detenuti, le condizioni di lavoro delle forze di polizia penitenziaria e la qualità delle strutture detentive piemontesi. 
Ho visitato la Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, la casa di reclusione di Asti, la casa circondariale di Novara, la casa circondariale di Ivrea, l’Istituto penale per minorenni “Ferrante Aporti” di Torino ed il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino.
Al termine di queste visite, che mi hanno consentito di conoscere molte persone, di dialogare con loro, di ascoltarne le storie, i problemi e le speranze, posso fare un bilancio consapevole della condizione carceraria in Piemonte. Credo fermamente che il grado di civiltà di un popolo si misuri anche attraverso il sistema carcerario che deve rieducare, che deve reinserire, che deve fornire opportunità, che deve rappresentare una speranza di redenzione e di riscatto sociale. Durante i sopralluoghi nelle strutture detentive, ho molto apprezzato la professionalità degli agenti della Polizia Penitenziaria che compiono, quotidianamente, un grande lavoro all’interno delle carceri e che operano in situazioni difficilissime dovute alla carenza di personale ed in strutture fatiscenti e sovraffollate, con impianti antincendio spesso parzialmente o totalmente fuori uso. 
Le condizioni nelle quali vivono gli agenti di Polizia Penitenziaria ed i detenuti sono, spesso, al limite, se non addirittura fuori della legalità. Gli istituti di pena, tutti costruiti ormai oltre 30-40 anni fa, sono fatiscenti: incrostazioni, infiltrazioni, vetustà delle strutture (tetti e pilastri) sono la norma in tutte le realtà piemontesi. Inoltre, sia le celle che gli spazi comuni adibiti alla socialità, sono inadeguati ed angusti e non è raro vedere celle condivise da 6 o più detenuti. È necessario elaborare al più presto piano di manutenzione straordinaria del patrimonio edilizio esistente e di quello inutilizzato, adeguando le strutture agli standard europei. 
Il carcere ha per sua natura un intento riabilitativo e rieducativo, non deve umiliare e abbruttire chi vi è recluso, costringendolo a vivere in una realtà degradante.
Ho incontrato e parlato con tanti detenuti, molti hanno avuto desiderio di raccontarmi la propria storia personale, il proprio trascorso, i problemi legati alla detenzione e alla lontananza dalle famiglie. I detenuti che osservano il regime carcerario previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, tutti cittadini italiani, nonostante la durezza delle condizioni detentive, hanno dimostrato grande rispetto per l’istituzione carceraria e per la Polizia Penitenziaria . 
Più difficile la condizione degli stranieri, quasi tutti in detenuti per reati minori, che, spesso, subiscono la detenzione accettando con difficoltà le regole della vita carceraria. È necessario investire risorse significative non solo nell’edilizia carceraria, ma anche per assumere medici, insegnanti, psicologi, assistenti sociali e personale in grado di rendere il carcere un luogo civile. Lo Stato può e deve far valere la propria pretesa punitiva per chi sbaglia, può togliere la libertà ma non la dignità alle persone. Dobbiamo fare in modo che venga incrementata l’offerta formativa, ancora scarsa, attraverso corsi scolastici, di formazione professionale e attività ricreative e culturali. Il detenuto deve poter migliorare il proprio livello culturale, deve poter acquisire conoscenze professionali che consentano, una volta scontata la pena, un effettivo reinserimento lavorativo e sociale, altrimenti la detenzione non avrà assolto al dettato stabilito nella Costituzione. “Colui che apre la porta di una scuola, chiude una prigione” scrisse Victor Hugo. Il carcere deve fornire a chi ha sbagliato e sta pagando una seconda opportunità. Un capitolo a se’ merita la sanità carceraria: troppo poche le risorse dedicate alle carceri e pochi gli addetti. Spesso le condizioni di salute dei detenuti peggiorano in carcere ed è urgente un maggior investimento da parte delle competenti ASL territoriali. 
Ho visitato anche il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino. Gli organi di informazione hanno dedicato, più volte, servizi ed inchieste alla vita all’interno del centro, focalizzando l’attenzione sulla situazione insostenibile lamentata dai cittadini stranieri irregolari che qui sono detenuti in attesa di essere identificati ed eventualmente espulsi. Altra emergenza riguarda le difficoltà incontrate dalle forze dell’ordine del CPR che devono gestire una “polveriera” in continuo fermento, con risorse umane spesso esigue e strumenti del tutto inadeguati. Nonostante le ripetute promesse del Ministro degli Interni Salvini che, con toni da campagna elettorale, continua ad annunciare l’aumento dei rimpatri di stranieri irregolari, rilevo che i dati dei primi sei mesi dell’attuale Governo ci confermano che i tassi di rimpatrio sono scesi del 20% rispetto allo stesso periodo del 2017. 
E, nel frattempo, lo stato dei CPR continua a peggiorare.
Anche questo sarà un problema da affrontare e spero che verrà fatto senza strumentalizzazioni e con l’intento di cambiare davvero l’attuale situazione. Auspico che l’attenzione al tema delle condizioni della detenzione in Piemonte venga seriamente tenuto in considerazione da chi, tra qualche giorno, governerà la nostra Regione, qualunque sia il colore politico del prossimo Consiglio Regionale.

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